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13/10/2014 - 15:55:44
caosinforma 78

E' dedicato al tema  della pace  il numero 78 di caosinforma. Un tema quantomai attuale, che è bene però non assimilare ad un generico richiamo al valore (peraltro degno del massimo rispetto)  della pace tra i popoli.

La cultura della pace deve invece partire dall'ascolto; e promuovere una pedagogia che si metta nei panni delle nuove generazioni, e che sappia innanzitutto ascoltare. In fondo la scommessa vera, a proposito di pace, si fonda  sulla capacità di incontrare l'altro, saperlo ascoltare e saper farsi ascoltare. Solo così  avviene uno scambio positivo e un'esperienza autentica di pace...

Caino però non aveva voluto  saperne. L'offesa subìta era troppo grave e … gridava vendetta! Il Signore non doveva, non poteva preferire i doni del- l'imbelle Abele ai suoi! Non poteva, non doveva negargli lo sguardo e la considerazione! E l'istinto, si sa,  non conosce ragioni che abbiano più ragione di lui.Perciò, sebbene il Signore l'avesse messo in guardia sui rischi dell'ira, Caino non poteva rinun- ciare alla vendetta, all'odio, al sangue. La ingombrante bontà del fratello era ormai insopportabile. Non doveva mai più togliere  visibilità a Caino e pertanto andava punita, sfregiata, eliminata. Caino doveva lavare l ' offesa e il sangue doveva fare il suo corso: scorrere a fiotti dalla gola sgozzata dell' irritante Abele fino ad arrivare al territorio di Caino, per segnare, così, anche plasticamente   la inconciliabilità dell ' amore con l ' amor proprio. Ma Caino non era cattivo, forse era  solo troppo debole. Al punto da non tollerare che il bene potesse coabitare col male. Troppo faticoso, troppo impegnativo guardarlo in faccia. Troppa la paura del dolore, e insopportabile l'angoscia   di potersi ritrovare dalla parte sbagliata.
Dio l'aveva avvertito: " Fai attenzione!… il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo istinto, ma tu dominalo".
Di fatto  Caino   era accecato. Al punto da preferire la condizione di   "ramingo e fuggiasco" piuttosto che  riconoscere il male dentro e   trasformarlo in occasione di umanità. Ma ciò   avrebbe comportato l'accettazione umile di un amore incondizionato, donato da un Padre che non guarda solo ai doni offerti ma che chiede di affidarsi a Lui anche imperfetti, anche con i doni che si ritiene  non graditi. Caino voleva essere perfetto  e  fare così a meno, presuntuosamente,   della misericordia del  Padre. Doveva quindi  estirpare ogni diminuzione di sé, sradicarla e mortificarla. Ma, come ci insegna questo fondamentale racconto biblico,il male va innanzitutto riconosciuto dentro ognuno di noi, per essere veramente convertito. E non combattuto con la forza dell'odio per coltivare il diabolico proposito di eliminarlo attraverso l'eliminazione del nemico. Non dimentichiamo  che Dio, nonostante tutto, non ha smesso di amare Caino ed anzi si è preoccupato di proteggerlo dal male altrui.  Ammonendo: "Chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte!". 
Bella storia, questa di Caino e Abele. Una storia che abbiamo scelto di riproporvi per introdurre il  tema di questo mese in concomitanza con la celebrazione  della giornata mondiale della Pace, in calendario per il 24 settembre. Il tema della pace, in verità è un tema a noi molto caro perché in fondo contrassegna la nostra stessa identità associativa. A cosa si ispirano  infatti i   servizi  del nostro Centro di Solidarietà se non dalla volontà di superare lo schema semplicistico che divide il prossimo in  amici e nemici, buoni e cattivi? Ma, a tal proposito urge una precisazione. In genere si assimilano  certe categorie, comprese quella della conflittualità, dello scontro, della lotta come violente, mentre altre categorie che magari contengono un potenziale di violenza ben maggiore, non vengono percepite come pericolose. Di fatto, ci sono persone (come,er esempio Robert Oppenheimer, lo scienziato leader del gruppo che a Los Alamos preparò la bomba atomica sganciata su Hiroshima, e sempre considerato un grandissimo fautore del progresso) che non vengono percepite come i realizzatori di opere violente, ma soltanto di opere scientifiche. Violento è semmai l'automobili- sta che si ferma arrabbiato e dà un pugno ad un altro automobilista; violenti possono essere considerati gli zingari che chiedono soldi e rispondono ad un rifiuto con insulti e minacce. Ma,  come ci ricorda Daniele Novara - pedagogista, consulente e formatore, fondatore del Centro Psicopedagogico per la Pace - "È solo un problema di percezione: i nomadi non hanno mai fatto la guerra a nessuno e probabilmente non la faranno mai in quanto nella loro cultura non esiste il concetto di guerra, né il concetto di Stato, di esercito, di proprietà privata". 
La prospettiva verso la quale ci muoviamo è qui, dunque  quella di   di costruire un'alternativa ad un sistema che ormai è arrivato ad un punto di legittimazione della violenza tale che neanche più l'avvertiamo come tale. In fondo, siamo tutti abbastanza pacifici, abbastanza tranquilli ma forse lo siamo troppo anche quando non dovremmo esserlo affatto. Infatti, non ci indigniamo più di tanto, anche quando dovremmo  e senz'altro le generazioni che stanno crescendo si indignano ancora meno. Don Milani, che non era un tipo aggressivo, sosteneva che il problema dei ragazzi isolati, e quindi maggiormente a rischio, non era quello di stare buoni ma quello di trovare la forza di ribellarsi alle condizioni in cui vivevano. Il suo problema era quello di fare in modo che i ragazzi potessero acquisire qualcosa di personale, di unico, una loro autonomia, una loro originalità senza adeguarsi passiva- mente al contesto. Lo sviluppo della capacità dell'individuo a resistere, a confrontarsi, a porsi con fiducia verso gli altri si basa sulla sicurezza personale, sulla consapevolezza delle proprie risorse. Senza una sicurezza di base non può esistere una personalità di pace. Il timido, il violento sono fondamentalmente persone insicure: l'uno si rifugia nella fuga, l'altro nella violenza. Per sviluppare la creatività dei ragazzi, ma non solo, e la capacità autonoma di risolvere i problemi è fondamentale partire da situazioni effettive e reali: problematiche da sperimentare, analizzare, rivedere ed orientare in modo diverso. Anche quando si vuole "insegnare" la pace bisogna mettersi nei panni del bambino e chiedersi fino a che punto veramente noi, come adulti, siamo in grado di insegnare qualche cosa o se non è più opportuno dare modo alle nuove generazioni di costruire un loro mondo, un loro futuro. Tutto ciò parte dall'ascolto; una pedagogia sana è una pedagogia che si mette nei panni delle nuove generazioni, che sa innanzitutto ascoltare. In fondo la scommessa vera, a proposito di pace, si fonda  sulla capacità di incontrare l'altro,  saperlo ascoltare e saper farsi ascoltare. Solo così  avviene uno scambio positivo e un'esperienza autentica di pace.